Lente d’ingrandimento su  Annie Leibovitz di Vito Viola

Lente d’ingrandimento su  Annie Leibovitz di Vito Viola

 

Premiata come “legenda vivente” dalla Library of Congress, Annie Leibovitz è uno dei fotografi più celebri del mondo.

Annie Leibovitz “La fotografia è un modo meraviglioso di guardare la vita, aiuta a concentrarsi ad esaminare le cose. Si impara molto da questo lavoro, si impara guardandosi indietro, ti da la giusta prospettiva sulle cose”.

Esordisce in questo modo , con queste parole ad una intervista biografica.

Annie Leibovitz nasce come fotoreporter con la 35 mm, sostenitrice della semplicità, odia i tecnicismi, almeno in fase di scatto, come tanti crede nella regola della singola lente, se serve una immagine ravvicinata vai in avanti se serve una panoramica fai un passo indietro, molto semplicemente. Oggi assistiamo alla esasperazione dei tecnicismi e dei cosiddetti effetti privi di anima fini a se stessi, nel racconto fotografico di Annie Leibovitz di tutto questo non vi è traccia e nonostante da tempo abbia approdato nel digitale e nella post produzione, conserva nei suoi scatti quel fascino primordiale tipico della pellicola, non è un caso che le sue foto prima di essere passate per la cosiddetta camera chiara vengono stampati.

Lavora da subito per la rivista Rolling Stones , di cui presto diventerà motore trainante, negli anni diventa fotografa di Vanity Fair e Vogue, dopo numerosi ritratti per star hollywoodiane, passa a fare la fotografia di moda, ma in realtà lei non si ritiene tale, dichiara di non intendersi proprio per nulla di moda.

Gli scatti , di Annie Leibovitz di questo periodo, sono palesemente diversi dalle fotografie di moda alla quale siamo abituati, sono il risultato di processi mentali complessi.

Spesso la fotografia, anche quella d’autore deve fare i conti con dei  grandi contenitori del mercato come Vanity Fair, Vogue e tanti altri, per essere visti bisogna passare da loro, l’occhio umano diventa più attento se tutto viene veicolato attraverso queste grandi organizzazioni editoriali, con questo non voglio assolutamente muovere una critica, ci mancherebbe, ma credo che in giro ci siano tantissimi talenti privi della giusta visibilità, solo perché non sono stati bravi a vendere il proprio talento.

 Ma da dove eravamo partiti, si certo da  Leibovitz, la sua storia continua oltre le foto di moda, si dedica a tutt’altro, storie di oggetti appartenuti  ad illustri personaggi della storia, Freud, Pete Seeger, Lincoln, Dickinson e luoghi come Niagara Falls, River House,  isola di Wight,  tutto legato da un filo conduttore molto sottile ma coerente, un viaggio in solitudine, quasi per disintossicarsi di quanto fatto in precedenza con la pseudo fotografia di moda e cinematografica che l’ha accompagnata per tanto tempo. Personalmente credo che  la Leibovitz si esprima al massimo proprio in solitudine, lontana da occhi indiscreti. Questo periodo se vogliamo viene racchiuso in un unico contenitore dal titolo Pilgrimage.

La vera potenza comunicativa di  Leibovitz la si evince proprio nella diversità dei suoi scatti, nella mancanza di un comune denominatore che leghi le varie esperienze fotografiche vissute. Difficilmente troveremo altri autori con queste caratteristiche, lei si incuriosisce di tutto e tutto è fotograficamente affascinante, se visto da una prospettiva diversa.

Potremmo parlare all’infinito di  Leibovitz, nel suo ultimo sforzo fotografico si mette ad immortalare personaggi famosi, attraverso incontri veloci, quindi senza i fronzoli di un servizio fotografico, una  serie di ritratti straordinariamente evocativi.

Vito Viola

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