Siamo in Uganda di Silvano Monchi

Siamo in Uganda di Silvano Monchi

Siamo in Uganda e nello specifico nella Diocesi di Arua che, oltre a questo distretto, comprende anche quelli di Djumani, Yumbe e di Moyo.

Siamo nell’estremo nord-ovest del Paese, al confine con il Congo e con il Sudan, nella zona più martoriata, per decenni, dai guerriglieri perché, essendo questa un’area di confine, è facile per loro fare delle barbariche incursioni e tornare oltre frontiera.

Siamo in un territorio dove ci rendiamo conto che quelli che fino ad oggi abbiamo chiamato “bambini soldato” adesso sono adulti: molti di loro, donne e uomini, si sono sposati, hanno avuto figli e vivono con le loro famiglie. I più lavorano nei campi, con il progetto messo in piedi da Padre Emanuel Natalino Vurra e dal Vescovo Frederick Drandua, altri studiano e frequentano le superiori o l’università, mentre i piccoli, quelli liberati negli ultimi anni, vanno alle scuole elementari. Anche la maggior parte degli orfani, ragazzi e ragazze che hanno avuto i genitori trucidati dalla guerriglia, si è integrata in altre famiglie sia di parenti sia di conoscenti della propria tribù.

Il progetto di Padre Natalino tende appunto a salvaguardare le centinaia di orfani della guerriglia, ad integrare nel tessuto delle tribù e dei villaggi tutti quei bambini un tempo deportati come soldati o come carne da macello e che oggi, in un clima che sembra di avvio alla pace, divengono testimoni viventi del nuovo corso. Perché Padre Natalino cerca di far convivere con la popolazione dei villaggi dove la guerriglia fu pagata con morti, mutilazioni e deportazioni, i guerriglieri stessi, almeno coloro che non si macchiarono di quegli orrendi crimini e che oggi, pentiti, hanno accettato la resa.

Dalle notizie in nostro possesso ci aspettavamo un esercito di ex bambini-soldato, utilizzati nel lavoro dei campi.  Non è così. Tantissimi dei bambini rapiti dai guerriglieri, migliaia, ora sono cresciuti.

All’appello ne mancano ancora molti e non si sa dove siano, se siano morti o si trovino in Sudan o in Congo, con gli ultimi guerriglieri ancora in attività che al confine -pochi chilometri da dove effettuiamo le nostre riprese fotografiche– proprio in questi giorni hanno avuto uno scontro con le truppe regolari.

Certo chi è rimasto nella Diocesi di Arua è diventato contadino.

La vera realtà e risorsa per questa gente è l’agricoltura che è sapientemente gestita da Padre Natalino con le attività equamente distribuite in ogni tribù e villaggio. Gli agricoltori sono stati suddivisi in gruppi di lavoro di 20/30 unità e coltivano, per due giorni alla settimana, un campo comune di 7/8 ettari, lontano dal villaggio, che serve per produrre sementi di alta qualità e resa. Una volta raccolte queste vengono suddivise tra i componenti del gruppo stesso, secondo le ore di lavoro che ognuno di loro ha effettuato, riportate in un registro tenuto dal capo gruppo, e vengono poi seminate nel terreno della  famiglia, in genere ampio 4/5 ettari.

E’ chiaro che il terreno in comune serve sopratutto per tenere uniti gli abitanti dei villaggi, per realizzare il miracolo del dialogo e della conciliazione fra i contadini che hanno subito soprusi, gli ex guerriglieri e gli ex soldati regolari.

E qui è difficile capire chi siano i soldati e i ribelli perché ogni capo di stato che si succede al precedente cambia, oltre ai generali,  anche tutto l’esercito e le migliaia di persone che all’improvviso si trovano senza lavoro, non sapendo fare altro, si aggregano in bande di ribelli, che inizialmente lottano per riconquistare il posto di lavoro, poi, con il passare degli anni,  complici la povertà e la fame, si imbarbariscono e finiscono per dedicarsi alle razzie ed a quanto ne consegue.

IL VIAGGIO

L’incarico, commissionato dal FATA Assicurazioni, è sicuramente di quegli importanti, l’impegno preso non è tra i più facili e già alla prenotazione del volo troviamo i primi ostacoli. Volevamo partire il 5 o il  6 per rientrare il 12 o 13 di ottobre e in agenzia ci comunicano che ci sono 2 posti disponibili all’andata il 2 e al ritorno il 17 con la KLM , via Amsterdam per Kampala. Volevamo stare in Uganda una settimana ed invece dobbiamo restarci 16 giorni. Comunque non c’è da indugiare. Bisogna partire perché occorre verificare quale sia la situazione di quella gente, quali siano le esigenze concrete, come sono strutturati gli interventi di Padre Natalino e ci sono da fare le fotografie per documentare la realtà attuale della Diocesi ugandese di Arua.

Si parte da Firenze alle 7,30 del mattino e si arriva a Kampala alle 20,30, 12 ore di volo più l’ora per la coincidenza ad Amsterdam.

Arrivati all’aeroporto di Entebbe, quello della capitale Kampala, ritirati i nostri bagagli incontriamo Padre Natalino, il prete che sta lottando contro la povertà della sua gente e contro le rappresaglie dei guerriglieri.

Padre Natalino è molto esposto. Più volte è stato cercato dai guerriglieri, una volta gli hanno pure sparato ferendolo nel fondo schiena, perché il suo impegno crea disagio alla guerriglia. Venendo a conoscenza di questo non sappiamo più se sia meglio andare da soli, ma decidiamo di tentare la sorte.

Insieme al religioso ci sono 4 giovani, 2 ragazzi e 2 ragazze: tutti hanno provato la triste esperienza della deportazione da parte dei guerriglieri e tutti sono stati bambini soldato; delle ragazze una porta ancora sulla testa i segni delle ferite, l’altra è stata ripetutamente violentata. Sono di un villaggio del nord e stanno a Kampala  per studiare in una casa in affitto che Natalino tiene per loro ed altri 9 giovani provenienti dalla stessa area e con alle spalle le stesse esperienze. Al nostro arrivo scopriamo di avere una prenotazione in un albergo situato proprio lì davanti alla loro abitazione, dall’altra parte della strada.

Passiamo un giorno a Kampala e già ci rendiamo conto di quanto sia difficile il lavoro che siamo chiamati a svolgere:  la gente è ostile, non vuole farsi fotografare ed a nostro avviso c’è anche pericolo perché le facce che ogni tanto ci girano intorno non sembrano delle più raccomandabili. Entriamo in un mercato all’aperto e, anche se Natalino continua a dire che non ci sono problemi, siamo lo stesso preoccupati perché lui si mette dietro di noi e suo cugino, che ci accompagna, si mette davanti.  Non è un buon segno.

Uscire dal mercato è un sollievo, anche se siamo amareggiati dal constatare che come fotografi incontriamo due ostacoli:  la diffidenza degli abitanti e la qualità della luce.

Siamo all’equatore e le ore con la luce buona per fotografare sono veramente poche, dalle 7 alle 9 del mattino e dalle 16 alle 18 del pomeriggio; nel resto del giorno il sole è a picco sulle nostre teste e in questa situazione ritrarre delle persone, specialmente se di pelle scura come la loro, con 3/4 diaframmi di differenza tra l’esposizione del soggetto e quella dell’esterno,è impossibile.

Al mattino presto del giorno successivo partiamo per il nord dell’Uganda, destinazione Arua, la  diocesi di Padre Natalino. Il viaggio, 500 chilometri, è in pullman perché noleggiare un’auto costa molto (700.000 scellini ugandesi, l’equivalente di 300 Euro).

Il pullman è strapieno, oltre alle persone ci sono dietro a noi anche 8 casse di pulcini che cantano per tutto il viaggio. Ci fermiamo due volte, una per dare la possibilità ai viaggiatori di fare i propri bisogni, naturalmente dietro ad una siepe, e la seconda per chi vuole mangiare. In questa sosta il pullman è preso d’assalto da uno sciame di donne e ragazzini che vendono di tutto, dagli spiedini di non so che cosa – che non  hanno un bell’aspetto – al pesce seccato al sole che emana un forte aroma che si diffonde all’interno del pullman, dai polli alla frutta, dall’acqua alla Coca Cola, da alcuni capi di vestiario a delle statuette in legno scolpite.

Dopo nove ore di quell’inferno arriviamo ad Arua, finalmente in albergo. Siamo stanchi, mangiamo qualcosa ed andiamo a letto, l’unico inconveniente, da non sottovalutare, le zanzare e le pulci. Forse sarebbe meglio dormire per terra, su una stoia di giunco come fanno nei villaggi, almeno dovremmo combattere solo con le zanzare.

Il giorno successivo ci apprestiamo, di buona mattina, ad un nuovo viaggio, questa volta con un pulmino-taxi.  Qui ce ne sono a migliaia, lo abbiamo noleggiato per andare nel nord del paese, al confine tra Congo e Sudan, a visitare i villaggi e le tribù più a nord e più esposte della diocesi.

In questa zona dell’Uganda ci sono state le rappresaglie più dure e ancora c’è attività di guerriglia ma Natalino afferma che non ci saranno problemi, lui dice sempre così, speriamo che abbia ragione.

Il viaggio, secondo Natalino dovrebbe durare due ore ma qui manca il senso della distanza e del tempo. E’ drammatico. Non solo perché il nostro mezzo non ha i fari e viaggiamo anche di notte, con gli ammortizzatori completamente scarichi che sbattono violentemente ad ogni avvallamento del fondo stradale, ma anche e soprattutto perché la strada, se così si può chiamare, è stretta, sterrata e piena di buche. Un disagio indescrivibile. Nel pulmino  ci siamo  Antonio ed io, Padre Natalino, un secondo autista  la cui presenza è incomprensibile e Maria Goretti (questo è il suo nome,  il cognome non lo conosciamo) che è la segretaria di Natalino.

Dopo una giornata d’inferno, con ben due ore passate ad aspettare che un gruppo di operai interri attraverso alla strada un tubo per far defluire le acque di un fosso, arriviamo sulle sponde del Nilo.  E’ notte e il traghettatore si rifiuta di mettere in moto la sua chiatta per condurci all’altra sponda del grande fiume. Grazie ad un’ora di trattative tra Padre Natalino e questo tizio, paghiamo l’equivalente di 30 euro e così è possibile traghettare. Lo sconfortevole viaggio continua per qualche ora.

Al nostro arrivo ci rendiamo conto che per percorrere 120/130 chilometri abbiamo impiegato un giorno intero, per raggiungere questa località del nord, al confine della diocesi e dello stato, abbiamo impiegato 3 giorni.

Cena in albergo, a Djunami, e tanto per cambiare capra arrostita e riso bollito. Qui li chiamano alberghi e se li fanno pagare come tali ma sono molto lontani dall’esserlo, certe volte manca l’acqua e comunque quando c’è è fredda, altre volte manca la luce, oppure non c’è il bagno in camera, siamo costretti a dormire sotto le zanzariere perché le zanzare ti assalgono e spesso questa precauzione non basta.

Il giorno successivo siamo andati nei villaggi per conoscere la gente e renderci conto della realtà di questo popolo. Abbiamo visitato i terreni dove i gruppi lavorano e nel pomeriggio c’è stata una riunione tra tutti i gruppi e noi dove Natalino ha spiegato chi eravamo e perché eravamo li e facevamo le fotografie.

A sera rientriamo in albergo, ma per cena  non c’è niente. Ci danno un pacchetto di biscotti e due Coca Cola, meno male che  abbiamo le nostre scorte di integratori alimentari e le barrette energetiche.

E’ domenica, andiamo alla chiesa del villaggio dove assistiamo alla messa celebrata dal parroco locale e da Padre Natalino. La chiesa è piena. Prima della fine della liturgia, Natalino, ci chiama sull’altare presentandoci a tutti e mi fa spiegare quali sono i nostri scopi.

Dopo la messa, nel cortile, iniziano le cerimonie folkloristiche con canti e danze locali. Più in là viene ammazzata una mucca per un grande banchetto collettivo che si consuma alle quattro del pomeriggio perché in Uganda la maggior parte delle persone fa un solo pasto al giorno, non per scelta ma per povertà, semplicemente perché non hanno le risorse per mangiare due volte. Maria Goretti prepara una pastasciutta: non male (ma neanche buona).

I festeggiamenti  continuano con una partita di calcio tra i giovani del villaggio e gli ex ribelli. Alle 20, al buio perché qui non arriva l’elettricità, ci attardiamo a conversare ancora un po’ con i capi gruppo, beviamo qualcosa insieme, quindi rientriamo all’ albergo che dista circa 20 chilometri. Ci accompagna il sindaco di Yumbe che Natalino ha invitato a passare la giornata con noi: un’ora di macchina.

Oggi è stata un’altra giornata dura, non tanto per il lavoro fotografico che comunque ci impegna -perché è difficile da realizzare e Natalino non vuole capire le nostre esigenze di fotografare al mattino ed alla sera- ma perché la maggior parte del tempo va perduto in lunghe attese. Loro fanno tutto con calma, per noi è deleterio stare lì  per ore e non poter andare avanti con le attività programmate.

Natalino ha i suoi impegni e cerca di conciliarli con i nostri, ma procediamo a rilento. Abbiamo chiesto di fotografare la vita reale all’interno dei villaggi e gli interni delle capanne ma sembra fiato sprecato. Abbiamo chiesto di fotografare anche la prigione del villaggio dove ci sono i ribelli e l’ospedale ma fino ad oggi abbiamo ricevuto solo promesse. Restiamo fiduciosi e intanto il tempo passa: siamo qui quasi da una settimana.

Dopo aver nuovamente parlato con Natalino, ed avergli ripetuto che abbiamo bisogno di lavorare come vogliamo noi e non come pensa lui, riusciamo a fare finalmente delle foto interessanti.

Al mattino andiamo a visitare un carcere, parliamo con il direttore ma i prigionieri sono fuori, a lavorare nei campi. Andiamo, con grande disagio e apprensione, a trovare alcune postazioni di militari nell’interno della foresta, militari che stanno lì per controllare le eventuali incursioni dei guerriglieri. Più che militari sembrano gruppi di sbandati, anche poco e male armati. Tale è la situazione dell’esercito in questa zona dell’Uganda.

Poi è la volta della scuola del villaggio:  fotografiamo i bambini nelle loro classi. Nel pomeriggio, alle 17, torniamo al carcere per ritrarre il rientro dei prigionieri dalla campagna. Non sono tanti, 30/35 tra cui 4 donne ed una di loro con il figlioletto piccolo, tutti ex-ribelli. Sinceramente aggirarsi tra di loro, nel cortile della prigione, è inquietante, abbiamo molti timori. E’ chiaro che non hanno piacere di essere fotografati ma non possono rifiutarsi: gli è stato imposto. Per noi non è certo un momento tranquillo e piacevole, siamo tesi e nervosi.

Domani lasceremo Djumani per andare a Moyo e guaderemo nuovamente il Nilo con la chiatta che arranca ed a mala pena arriva all’altra sponda.

Ci siamo. E’ festa nazionale, quella dell’indipendenza, e in tutte le città ci sono i festeggiamenti. A Djumani, prima di partire vediamo molte scolaresche, tutte con la propria divisa e la bandiera nazionale che sfilano per le vie della città e conosciamo, presentataci da Padre Natalino, l’onorevole Jesca Eriyo, ministro per l’ambiente della repubblica ugandese che è qui per il discorso ufficiale in occasione della festa.

Arriva una macchina con l’ autista, a prima vista più scassata delle precedenti, anche del furgoncino che da Arua ci ha portato in giro per tre giorni.

Dopo aver guadato il Nilo andiamo a visitare un villaggio di pescatori sulle rive del fiume e qui la macchina si rivela il catorcio che ci immaginavamo: rimane impantanata in una di quelle strade impossibili e dobbiamo spingerla per ben due volte. Chiaramente alla fine della giornata l’autista  pretende comunque il suo compenso: l’equivalente di 70 euro.

Con i pescatori facciamo la stupidaggine più grande che si possa fare. Se un imbecille ci vedesse riderebbe della “nostra imbecillità”. Loro, i pescatori, usano le piroghe, barche realizzate in un tronco d’albero scavato all’interno, e noi siamo tanto cretini da salirci sopra e farci portare lungo il fiume. Io rischio di morire dalla paura, ad ogni movimento quel tronco oscilla paurosamente e rasenta il filo dell’acqua. Ma Natalino supera se stesso: si alza in piedi repentinamente e sbilancia il tronco che si  rovescia, col risultato di scaricarlo nelle acque del Nilo.

Una volta sceso mi sono tremate le gambe per 10 minuti. Antonio, a giudicare dalla faccia, non è in condizioni migliori.

Andiamo a mangiare in un villaggio e ci sentiamo schifati per la carenza d’igiene della capanna-cucina, soprattutto perché dalla stessa dove si sta cucinando il nostro cibo, una volta aperta la porta escono due cani. La sorpresa più grande è scoprire che solo loro stavano nella stanza accanto alle pietanze sul fuoco.

In serata arriviamo in un albergo che non ha neanche il bagno. Ancora una volta le ore migliori per fotografare le abbiamo trascorse in viaggio. A cena facciamo l’ennesima ramanzina a Natalino, speriamo che finalmente capisca che vogliamo lavorare al mattino e alla sera e non nel mezzo del giorno quando la luce è pessima. Ma lui insiste dicendo che la sua esperienza lo consiglia di fotografare gli abitanti locali nel mezzo del giorno quando c’è più luce e aggiunge che siamo dei fotografi strani. In noi sta affiorando, con la stanchezza, anche un po’ di nervosismo e Antonio, giustamente, gli risponde che lui pensi a fare il prete che a fare i fotografi ci penseremo noi.

E’ mercoledì. Questa mattina finalmente partiamo ad un’ora decente: andiamo a trovare il sindaco di Moyo che ci accompagna in una visita della città e ci fa conoscere i vari direttori e presidenti. Ne faremmo volentieri a meno. Per fortuna ci conduce anche a fare le foto all’ospedale.

Nel pomeriggio, sempre con il sindaco, ci rechiamo al carcere, un altro, e, sollecitato da Natalino, devo dire due parole di solidarietà ai carcerati. Quella di farmi parlare a tutte le persone che incontriamo sta diventando un’abitudine che mi ha già stufato.

Qui siamo in un carcere un po’ particolare. Al nostro arrivo tutti sono riuniti nel cortile esterno e stanno pulendo la manioca, una radice che quasi sostituisce il nostro pane, e lo fanno con veri e propri coltelli, mentre le guardie presenti, altri prigionieri addetti a questo compito, sono armate di bastone. Questa situazione ci preoccupa.

Dopo il carcere visitiamo l’orfanotrofio. Qui ci sono tantissimi bambini, da quelli appena nati, anche oggi ne hanno portati 2 le cui madri sono morte di parto, a quelli più grandi che frequentano le scuole elementari. Rileviamo con piacere l’attenzione con cui le suore

della Diocesi accudiscono i giovani ospiti, in un ambiente pulito e sereno.

Arriviamo al giovedì. Questa mattina dovremmo partire per Arua ma la strada è bloccata da due giorni a causa delle piogge e di alcuni camion che si sono messi di traverso. Allora decidiamo di visitare altri villaggi. Nel  pomeriggio riusciamo a scattare fotografie in una specie di allevamento di mucche e di capre, 25/30 capi in tutto. Ma quello che ci interessa davvero è incontrare i ribelli. Non è facile.

Dopo molte trattative, probabilmente pagando anche dei soldi, Natalino riesce a trovare il contatto giusto. Ci muoviamo nella foresta. Percorso un sentiero impervio, arriviamo in uno spiazzo dove troviamo due capanne ed alcuni uomini armati; ci dicono di essere guerriglieri. Scattiamo con timore alcune foto. La diffidenza è palpabile, l’avvertiamo nei loro sguardi, nei loro gesti. Probabilmente è evidente anche la nostra paura. Torniamo indietro con sollievo: non era un posto piacevole in cui sostare, c’era tensione e mistero.

Il giorno successivo partiamo alle 7,30 per prendere il pullman delle 8 che però non passa, perché ieri sera, nel viaggio di ritorno, gli si è rotto l’albero di trasmissione ed i viaggiatori hanno dormito al bordo della strada su delle stoie di giunco. Dobbiamo arrangiarci con l’ennesimo pulmino taxi. I pulmini omologati per 12 persone compreso l’autista qui possono trasportare anche 22, 24 o più persone, con qualcuno sistemato anche sul tetto. Noi siamo “fortunati”: viaggiamo solo in 20. Natalino e Antonio che sono alti e robusti hanno da soffrire molto: non trovano un posto dove mettere le gambe.

Quando siamo partiti Natalino ci ha detto che occorrevano due ore, due ore e mezzo se la strada era brutta. Ne impieghiamo quattro. Qui il tempo e le distanze sono solo un’utopia. Arriviamo in albergo ad Arua, lo stesso della volta scorsa, dopo le 13 e restiamo a riposarci perché dopo 10 giorni di inferno ne abbiamo proprio bisogno.

Praticamente il nostro lavoro finisce qui, da ora in poi restiamo ad Arua prima ed a Kampala p

oi in attesa dell’aereo che ci riporterà a casa.

Praticamente su due  settimane che siamo rimasti fuori abbiamo potuto scattare fotografie solo 4 o 5 giorni; abbiamo perso tempo prezioso in viaggi lunghi, anche se di pochi chilometri,  e in snervanti ore d’attesa. Ma qui la vita è così:  abbiamo imparato anche a no

n arrabbiarci.

CONCLUSIONI

Sicuramente il progetto di Padre Natalino e del Vescovo Federico non è facile, sicuramente l’impegno che profondono nel realizzarlo è la chiave che per migliaia di persone dà accesso al cibo almeno una volta al giorno, la chiave che apre la porta dell’alfabetizzazione ai bambini dei villaggi del Nord, lo strumento per promuovere  la pace tra po

polazione e ribelli.

Non c’è scuola che il progetto non aiuti, non c’è villaggio dove non ci siano gruppi di lavoro che sviluppano l’agricoltura, anche se in condizioni precarie e con pochi rudimentali utensili.

Qui la gente è povera, forse a tal punto da non sapere o non percepire neanche cosa sia la povertà. Molto spesso le madri non sanno cosa dare da mangiare ai figli quando tornano da scuola e molto spesso una radice di manioca risolve il problema.

La gente che Natalino è riuscito a coinvolgere nel progetto dei bambini soldato è volonterosa e si impegna nei campi, ha capito che il tempo della guerriglia deve finire e che deve essere sostituito dal tempo del lavoro, perché nell’immediato futuro sia possibile assicurare

ai propri figli un buon pasto giornaliero e un domani non tanto lontano assicurare a tutti  due pasti quotidiani.

Oltre ad organizzare in gruppi di lavoro gli ex bambini soldato e le loro famiglie, migliaia di pers

one, Padre Natalino tramite il suo ufficio per la “Giustizia, Pace e Diritti dell’Uomo” organizza le scuole della diocesi, si prende cura anche delle famiglie meno agiate, dà assistenza agli invalidi e dedica molto del suo tempo ai 4 orfanotrofi della curia dove sono ospitati oltre 800 bambini.

Gli inconvenienti maggiori per lo svolgimento di queste molteplici attività sono le distanze ed i mezzi di trasporto: ogni volta che Padre Natalino va dalla “sua gente”, in media una volta alla settimana, è costretto a viaggiare in pullman per almeno 8 ore e ad affidarsi poi ad altri mezzi di fortuna, pulmini oppure motorini, per terminare il percorso,  impiegando in media altre 4 ore.

Questo, in futuro, potrebbe essere un ostacolo per l’intero progetto perché, sebbene Natalino abbia solo 50 anni (l’aspettativa di vita per la gente delle tribù è minore), non gode di tanta salute e potrebbe stancarsi o ammalarsi. Avere un proprio mezzo di trasporto, un furgoncino pick up con guida a destra, significherebbe per lui risolvere molti problemi e trovare la carica giusta per continuare .

Silvano Monchi

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